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    We are at the dawn of a new legislature: the “to do list” is so urgent that no time can be wasted. We must avoid the risk of waiting any longer for somebody else to get the job done and find the courage to make new and difficult choices together for the years to come. Considering that President Juncker has now announced the new Commission composition – with responsibilities being structured around well-defined political priorities in the hands of Vice Presidents – the time has come for a change of tack in Europe as well. And I believe this should happen along 3 directions.

    First of all, the economy. Europe had to bring order and rigor into budgets and balance sheets, in order to respond to a lack of trust and correct and prevent rule-bending and abuses by member States and their banking systems. It is now time to embark upon a decisive phase for growth and employment, in order to re-launch territorial cohesion and social progress Austerity measures were necessary to correct the Euro’s initial structural flaws but, six years into the crisis, such measures have become too cumbersome, while demand policy needs to be urgently brought back into the picture in order to avoid the risk of a recession. The ECB has important monetary tools available, but they are not enough to turn the situation around and jumpstart the economy. Enough has already been said about what needs to be done: from internal market completion to energy grids, from social economy to the green economy, from the digital agenda to SMEs, from Eurobonds to other ways to mutualize past debt and new strategic investments, or the new European investment plan announced by Mr. Juncker. The time has finally come to use all available financial, monetary and investment levers without hesitating, as well as European incentives, in order to make tangible progress. Cogent indicators are also needed to monitor progress made within the Europe 2020 Agenda and give meaningful support to member States that are working on profound structural reforms.

    Secondly, EU foreign policy. What happened over the last few months has shown – yet again – the urgent issues and risks that are threatening Europe’s vital interests and founding values. As Pope Francis authoritatively put it: this situation outlines the dramatic picture of a “piecemeal Third World War, that is being fought in chapters”. Whether we are talking about Ukraine and growing tensions with Russia, or the Mediterranean, Lybia, Israel and Gaza, Syria, Afghanistan, Iraq and the newborn “Islamic State”; going through the Gulf States and Turkey – without forgetting persistent crisis flashpoints in Mali, Nigeria, South Sudan and Somalia – we must recognize that the time when individual European States worried about what initiatives had to be taken is over and done with. If Europe is not able to face such challenges at some point – resorting to all Treaty provisions and going beyond lingering nationalisms – we will all be overwhelmed by these conflicts’ explosive aftermath. Suffice to think about the 15 million displaced people fleeing from wars or persecutions, of which only a small fraction has tried to cross Europe’s borders so far. Or think about the threats to security, peace and progress that will ensue. This situation is far worse than the financial crisis and therefore must be tackled through common answers.

    Third, immigration. This is not only about the tragic slaughter taking place every day in the Mediterranean, but is also a matter of organizing border control and humanitarian crisis management better, i.e. revising a number of instruments (Frontex) or regulations (asylum). Such instruments have probably been made obsolete by the magnitude of the situation and therefore need to be adjusted, leaving behind the too many fruitless accusations that have been exchanged between Northern and Southern Europe or between some European capitals and Brussels. Former EP President Hans-Gert Poettering came up with an excellent proposal: that the Italian EU Presidency summons a European conference on this subject, dealing with all aspects related to immigration and refugees, in order to enhance mutual understanding amongst EU members and develop common and lasting solutions.

    Increasingy, Europeans consider the European project to be more cumbersome and intrusive and less inclusive than it should be, as Mr Loukas Tsoulakis – a prominent Greek economist – pointed out recently. This project should once again be seen as a major strategic construction site: a place where real hope is being built for our children; a kind of Europe that gives support and protection, that can once again become a place that looks towards the future and where the healthy wish to change the world peacefully is still being cherished. It is time to inject new life into this ancient dream!

    Siamo alle prime mosse di una nuova legislatura: la lista delle urgenze non permette di perdere tempo. Bisogna evitare il rischio di aspettare ancora che qualcun altro ci tolga le castagne dal fuoco e trovare il coraggio di nuove e impegnative scelte comuni per gli anni a venire. Ora che anche il Presidente Juncker ha annunciato la nuova squadra dei Commissari, con importanti novità nella struttura delle responsabilità organizzate intorno a ben definite priorità politiche nelle mani dei Vicepresidenti, anche nello spazio europeo è venuto il tempo di cambiare verso. A me pare in 3 direzioni.

    In primo luogo in campo economico. L’Europa, che ha dovuto mettere ordine e disciplina nelle regole di gestione dei bilanci, per rispondere alla crisi di fiducia e per correggere e prevenire storture e abusi da parte degli Stati membri e del proprio sistema bancario, deve ora aprire una stagione decisiva per la crescita e l’occupazione, che rilanci la coesione territoriale e il progresso sociale. La politica di austerità era necessaria per riparare i difetti strutturali della costruzione dell’Euro, ma sei anni dopo l’inizio della crisi è diventata eccessiva ed è urgente rialimentare anche la politica della domanda, per evitare il rischio della recessione. La BCE ha importanti strumenti monetari da usare, ma da soli non bastano a invertire la rotta e far ripartire la ripresa. Si è già discusso troppo a lungo di cosa fare: dal completamento del mercato interno alle reti per l’energia, dall’economia sociale alla green economy, dall’agenda digitale alle PMI, dagli eurobonds e altre formule di mutualizzazione del debito pregresso e di nuovi investimenti strategici, al piano di nuovi investimenti europei annunciato da Juncker. È ora venuto il tempo di usare, insieme e senza indugi, tutte le leve finanziarie, monetarie, di investimento, regolamentazione e incentivi europei disponibili, per fare passi tangibili. Costruendo anche indicatori cogenti per monitorare gli avanzamenti nel quadro dell’Agenda Europa 2020 e per sostenere in maniera significativa quei paesi membri che sono impegnati in consistenti riforme strutturali.

    In secondo luogo, la politica estera dell’Unione. I fatti degli ultimi mesi hanno reso ancora evidente l’urgenza e i rischi che toccano gli interessi vitali della stessa Europa, i suoi valori fondanti e, come ha detto autorevolmente papa Francesco, disegnano lo scenario drammatico di “una terza guerra mondiale in atto, solo combattuta a capitoli”. Che si parli di Ucraina e di crescenti tensioni con la Russia, di Mediterraneo, di Libia, Israele e Gaza, Siria, Afghanistan, Iraq e neonato “Stato islamico”, passando per gli Stati del Golfo e la Turchia, senza dimenticare i persistenti focolai di crisi in Mali, Nigeria, Sud-Sudan e Somalia, si deve prendere atto che il tempo in cui ogni Stato europeo si occupa di quali iniziative possa mettere in campo da solo è ormai finito. Se l’Europa non diventa finalmente in grado di affrontare tali sfide in quanto tale, usando tutti i dispositivi del Trattato e superando i perduranti nazionalismi, saremo tutti travolti dalle conseguenze esplosive di questi conflitti. Pensiamo solo ai 15 milioni di sfollati generati da guerre o persecuzioni e di cui solo una minima parte ha cercato per ora di varcare le frontiere europee. Ma anche i problemi per la sicurezza, la pace e la diffusione del progresso che ne conseguono. Questa crisi è più grave della crisi finanziaria e va dunque affrontata con risposte finalmente comuni.

    In terzo luogo l’immigrazione, che non è solo la drammatica questione dell’ecatombe quotidiana nel Mare Mediterraneo, un problema di migliore organizzazione della gestione delle frontiere esterne e delle sfide umanitarie, ovvero di revisione di alcuni strumenti (Frontex) o regolamenti (asilo) che probabilmente risultano superati dalla dimensione degli eventi e vanno adeguati, uscendo dalle troppe sterili polemiche che spesso rimbalzano tra il Nord e il Sud dell’Europa o tra alcune capitali europee e Bruxelles. Un’ottima proposta è stata avanzata dall’ex Presidente del PE Poettering: che la Presidenza italiana dell’UE convochi una conferenza europea sulla materia, che tocchi tutti gli aspetti dell’immigrazione e dei rifugiati, perché si migliori la comprensione reciproca tra i membri dell’Unione e si elaborino delle soluzioni comuni e durature.

    Il progetto europeo è apparso a un numero crescente di europei come più pesante, più intrusivo e meno inclusivo, come ha sottolineato un importante economista greco, Loukas Tsoulakis. È ora che torni ad essere percepito come un grande cantiere strategico, un luogo ove si costruisce una concreta speranza per i nostri figli, un’Europa che sostiene e che protegge, un’Europa che sa tornare a essere un luogo dove si guarda al futuro e si continua a coltivare la santa voglia di cambiare pacificamente il mondo. E ora di dare nuove gambe a questo sogno antico!


    Europe, un nouveau départ

    Nous sommes aux premiers pas d’une nouvelle législature : la liste des urgences ne permet pas de perdre de temps. Il faut éviter le risque d’attendre encore que quelqu’un d’autre nous retire les marrons du feu et trouver le courage de choix communs nouveaux et importants pour les années à venir. Maintenant que le président Juncker lui-même a annoncé la nouvelle équipe de commissaires, avec d’importantes nouveautés dans la structure des responsabilités organisées autour de priorités politiques bien définies qui se trouvent entre les mains des vice-présidents, il est temps également pour l’espace européen de changer de rythme. Il me semble que cela doit se faire dans trois directions.

    En premier lieu dans le domaine économique, l’Europe, qui a dû mettre de l’ordre et de la discipline dans les règles de gestion des bilans pour répondre à la crise de confiance et pour corriger et prévenir distorsions et abus de la part des États membres et de son propre système bancaire, doit maintenant ouvrir une saison décisive pour la croissance et l’emploi, afin de relancer la cohésion territoriale et le progrès social. La politique d’austérité était nécessaire pour réparer les défauts structurels de la construction de l’euro, mais six ans après le début de la crise, elle est devenue excessive et il est urgent de réalimenter la politique de la demande, afin de parer le risque de récession. La BCE est dotée d’importants instruments monétaires qu’elle peut utiliser, mais ils ne peuvent à eux seuls suffire à inverser la vapeur et faire repartir la reprise. On a déjà discuté trop longtemps sur ce qu’il faudrait faire : de l’achèvement du marché intérieur aux réseaux pour l’énergie, de l’économie sociale à l’économie verte, de l’agenda numérique aux PME, des obligations européennes et autres formules de mutualisation de la dette passée et de nouveaux investissements stratégiques, au plan de nouveaux investissements européens annoncé par Juncker. Le temps est venu d’utiliser, ensemble et sans délai, tous les leviers financiers, monétaires, d’investissement, de règlementation, ainsi que les mesures incitatives européennes disponibles, afin de faire des pas tangibles. Et aussi en construisant des indicateurs coactifs pour faire le monitorage des avancées dans le cadre de l’Agenda européen 2020 et pour soutenir de manière significative les pays membres qui sont engagés dans des réformes structurelles consistantes.

    En deuxième lieu, la politique extérieure de l’Union. Les fait des derniers mois ont rendu encore plus évidents l’urgence et les risques qui touchent les intérêts vitaux de l’Europe, ses valeurs fondantes ; ainsi que l’a dit avec autorité le Pape François, ces faits dessinent le scénario dramatique d’une “troisième guerre mondiale en acte, combattue par chapitres”. Que l’on parle de l’Ukraine et des tensions croissantes avec la Russie, de la Méditerranée, de la Libye, d’Israël et de Gaza, de la Syrie, de l’Afghanistan, de l’Irak et du nouveau-né “État islamique”, en passant par les États du Golfe persique, et de la Turquie, sans oublier les foyers de crise persistants au Mali, au Nigéria, au Sud-Soudan et en Somalie, on doit prendre acte du fait que le temps où chaque État européen s’occupait des initiatives qu’il pouvait entreprendre seul fait désormais partie du passé. Si l’Europe en tant que telle ne devient pas enfin capable d’affronter de tels défis, en usant de tous les dispositifs du Traité et en surmontant les nationalismes persistants, nous serons tous emportés par les conséquences explosives de ces conflits. Pensons aux 15 millions de réfugiés engendrés par les guerres ou les persécutions et dont seule une petite partie a jusqu’à présent essayé de franchir les frontières européennes. Pensons aussi aux problèmes qui retardent la sécurité, la paix et la diffusion du progrès qui en découlent. Cette crise est plus grave que la crise financière. Elle doit donc être affrontée avec des réponses enfin communes.

    En troisième lieu, l’immigration, qui n’est pas seulement la question dramatique de l’hécatombe quotidienne dans la Méditerranée, ni un problème de meilleure organisation dans la gestion des frontières extérieures et des défis humanitaires, c’est-à-dire de révision de certains instruments (Frontex) ou règlements (asile) qui sont probablement dépassés par la dimension des événements et doivent être adaptés à la situation actuelle, en sortant des polémiques si stériles qui souvent rebondissent du nord au sud de l’Europe ou entre certaines capitales européennes et Bruxelles. Une réponse excellente a été avancée par l’ancien président du PE Poettering : que la présidence italienne de l’UE convoque une conférence européenne en la matière, qui touche tous les aspects de l’immigration et des réfugiés, pour que soit améliorée la compréhension réciproque entre les membres de l’Union et que l’on élabore des solutions communes et durables.

    Le projet européen apparaît à un nombre croissant d’européens comme plus lourd, plus intrusif, ainsi que l’a souligné un important économiste grec, Loukas Tsoulakis. Il est temps qu’il soit à nouveau perçu comme un grand chantier stratégique, un lieu où se construit une espérance concrète pour nos enfants, une Europe qui soutient et protège, une Europe qui sait redevenir un lieu où l’on regarde le futur et où l’on continue à cultiver la sainte volonté de changer le monde de manière pacifique. Il est temps de donner de nouvelles jambes à ce rêve ancien !


    Europa, ein Neubeginn

    Die neue Legislaturperiode hat gerade begonnen: Zahlreiche dringliche Fragen stehen an, sodass keine Zeit zu verlieren ist. Es gilt, das Risiko zu vermeiden, länger abzuwarten, bis irgendjemand für uns die Kastanien aus dem Feuer holt, und den Mut aufzubringen, gemeinsam neue gewichtige Entscheidungen für die vor uns liegenden Jahre zu treffen. Jetzt, da auch Präsident Juncker sein neues Kollegium der Kommissare vorgestellt hat, mit wichtigen Neuerungen in der Struktur der Verantwortlichkeiten, die organisatorisch im Rahmen genau definierter politischer Prioritäten in den Händen der Vizepräsidenten liegen, ist für den europäischen Raum auch die Zeit gekommen, neue Wege zu beschreiten. Aus meiner Sicht in drei Richtungen.

    In erster Linie im Bereich der Wirtschaft. In der Regelung des Bilanzrechts hat Europa Ordnung und Disziplin schaffen müssen, um auf die Vertrauenskrise zu reagieren, Korrekturen vorzunehmen, Mängeln und Missbräuchen seitens der Mitgliedsstaaten und ihres Bankensystems vorzubeugen. Jetzt ist eine neue entscheidende Etappe für Wachstum und Beschäftigung einzuleiten, die wieder stärker dem territorialen Zusammenhalt und dem sozialen Fortschritt dient. Die strenge Sparpolitik war für die Reparatur der strukturellen Mängel im Euro-System notwendig; doch sechs Jahre nach Beginn der Krise ist es ganz dringend, dass die Politik zur Vermeidung einer Rezession auch die Nachfrage neu stimuliert. Der EZB stehen dafür wirksame Instrumente der Geldpolitik zur Verfügung, die jedoch allein nicht genügen, eine Wende und Neubelebung herbeizuführen. Schon zu lange hat man darüber diskutiert, was zu tun ist: von der Stärkung des Binnenmarktes bis zu den Stromnetzen, von der Sozialökonomie bis zur Green Economy, von der digitalen Agenda bis zur Förderung kleiner und mittelständischer Unternehmen, von den Eurobonds und anderen Möglichkeiten gegenseitiger Unterstützung für den Schuldenabbau und für neue strategische Investitionen bis zu dem von Juncker angekündigten Plan neuer europäischer Investitionen. Jetzt ist es an der Zeit, gemeinsam und ohne Zögern alle Hebel der Finanz-, Geld- und Investitionspolitik in Bewegung zu setzen, die verfügbaren Regelungen und Anreize zu nutzen, um sichtbare Schritte nach vorn zu machen. Dazu müssen auch verbindliche Indikatoren eingeführt werden, damit die Fortschritte im Rahmen der Agenda „Europa 2020“ überwacht und jene Mitgliedsländer wirksam unterstützt werden können, die sich einschneidenden Strukturreformen unterzogen haben.

    An zweiter Stelle die Außenpolitik der Union. Die Geschehnisse in den letzten Monaten haben die Dringlichkeit und die Gefahren, die die vitalen Interessen Europas und seine Grundwerte bedrohen, noch deutlicher werden lassen. Sie führen, wie Papst Franziskus in einer Rede sagte, das dramatische Szenario eines „Dritten Weltkriegs, wenngleich nur abschnittsweise ausgefochten“ vor Augen. Ob man von der Ukraine und den zunehmenden Spannungen mit Russland spricht, vom Mittelmeerraum, von Libyen, Israel und dem Gazastreifen, Syrien, Afghanistan, Irak mit dem aufgekommenen „Islamischen Staat“, von den Golfstaaten und der Türkei, nicht zu vergessen die Dauerkrisenherde in Mali, Nigeria, im Süd-Sudan und in Somalia, man muss sich bewusst machen, dass die Zeiten, in denen sich jeder europäische Staat für sich damit befasste, welche Initiativen man ergreifen könnte, mittlerweile vorbei sind. Wenn Europa nicht endlich in der Lage ist, diese Herausforderungen als solche anzugehen, indem es alle Möglichkeiten im Vertragswerk ausschöpft und die fortbestehenden Nationalismen überwindet, werden wir alle von den explosiven Folgen dieser Konflikte überwältigt. Denken wir nur an die 15 Millionen Vertriebenen infolge von Kriegen und Verfolgungen, von denen lediglich ein ganz kleiner Teil bislang versucht hat, die europäischen Grenzen zu überschreiten, aber auch an die sich daraus ergebenden Probleme für die Sicherheit, den Frieden und die Verbreitung des Fortschritts. Diese Krise ist weitaus ernster als die Finanzkrise und muss deshalb endlich mit gemeinsamen Antworten angegangen werden.

    An dritter Stelle die Immigration. Dabei handelt es sich nur um das dramatische Problem der vielen Opfer im Mittelmeer, um Fragen einer besseren Organisation der Außengrenzen und der humanitären Herausforderungen bzw. um die Revision einiger Instrumente (Frontex) oder Regelungen (Asyl), die sich angesichts der Dimensionen der Ereignisse wahrscheinlich als überholt erweisen werden und angepasst werden müssen, indem man die allzu sterilen Polemiken hinter sich lässt, die häufig zwischen dem Norden und dem Süden Europas bzw. zwischen einigen europäischen Hauptstädten und Brüssel aufkommen. Ein sehr guter Vorschlag wurde vom früheren Präsidenten des Europäischen Parlaments Pöttering unterbreitet: Die italienische Präsidentschaft der EU solle eine europäische Konferenz zum Thema einberufen, auf der alle Aspekte der Immigration und der Flüchtlinge auf den Tisch kommen, damit sich das gegenseitige Verständnis unter den Mitgliedern der Union verbessert und um gemeinsam dauerhafte Lösungen zu erarbeiten.

    Eine wachsende Zahl von Europäern empfindet das Projekt Europa als belastender, bedrängender und weniger inklusiv, wie es der renommierte griechische Wirtschaftsexperte Loukas Tsoulakis formuliert hat. Es ist an der Zeit, dass es wieder als große strategische Baustelle wahrgenommen wird, ein Ort, wo konkret Hoffnung für unsere Kinder aufgebaut wird, ein Europa, das trägt und schützt, ein Europa, das wieder zu einem Ort zu werden vermag, wo man die Zukunft im Auge hat und die selige Freude pflegt, die Welt friedlich zu verändern. Es ist an der Zeit, diesem uralten Traum neue Flügel zu verleihen!

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      Luca Jahier

      Economic and Social Committee Presidency
      Presidenza del Comitato economico e sociale europeo

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